Dott.ssa Sabrina Masetti
Psichiatra psicoterapeuta, direttore scientifico Centro Clinico La Mongolfiera, Firenze
Dott. Stefano Cosi
Psicologo psicoterapeuta, direttore Centro Clinico La Mongolfiera, Firenze
I bambini e ragazzi cosiddetti “difficili” sono molti e sono tantissimi i genitori che si trovano alle prese, ogni giorno, con comportamenti problematici che vanno dalla resistenza all’opposizione, dallo spirito di contraddizione alla totale disobbedienza. In casi come questi il clima familiare si fa pesante. Ci sono bambini che fanno sempre capricci, sono disobbedienti e adottano di continuo comportamenti oppositivie provocatori. Questi bambini fanno impazzire i loro genitori, gli insegnanti e persino altri bambini, rifiutandosi di fare quanto viene richiesto o ci si aspetta da loro, mostrandosi cocciuti e capricciosi, infrangendo o ignorando regole comuni.
Non si ritiene necessario ai fini dell’articolo soffermarsi sui criteri ufficiali del DSM V sul disturbo oppositivo provocatorio(in caso rimandiamo alla voce in bibliografia) quanto più sulle manifestazioni empiriche riportate nella pratica clinica.
Il comportamento oppositivo e provocatorio può assumere le forme più svariate, manifestandosi con gradi di aggressività molto variabili.
I bambini oppositivi e provocatori tendono a mettere in atto atteggiamenti di questo tipo: passano dalla contentezza alla rabbia in pochi secondi, lottano contro ciò che è inevitabile (come andare a letto, andare a scuola o mettersi a tavola all’ora dei pasti), tendono a fare ritorsioni anziché dimenticare le offese ricevute, si irritano facilmente, ignorano gli ordini, disobbediscono ai genitori e infrangono le regole, tormentano, infastidiscono o deridono le persone, talvolta in modo palese, per divertirsi, interrompono il gioco degli altri bambini, sembrano avercela con il mondo intero, non riescono a gestire la rabbia come gli altri bambini della loro età.Il bambino sembra impermeabile alle sgridate, anzi, sembra che testi volontariamente i limitidei genitori, con atteggiamenti di sfida, facendo dispetti e disturbando appositamente. I genitori hanno provato moltissime strategie, il dialogo, le punizioni, la durezza, ma sembra che niente sia efficace.
Se questi comportamenti hanno manifestazioni relativamente recenti, il bambino potrebbe essere in una fisiologica fase di turbolenza (per quanto detestabile possa essere, come i famigerati terribili 2 anni). I bambini, poi, possono comportarsi male in conseguenza di qualcosa che va dai problemi della pubertà al divorzio dei genitori. La chiave di lettura è la durata del comportamento.Lo stress di un singolo evento si risolve in genere nell’arco di sei mesi, quindi un comportamento provocatorio di solito non dovrebbe essere motivo di allarme a meno che non duri più a lungo.
Le cause di questo disagio sono state a lungo studiate e prendono in considerazione vari aspetti.
Il primo aspetto da considerare riguarda il temperamento del bambino: certi bambini hanno una soglia di attivazione più bassa, sentono le emozioni, in particolare la rabbia, in modo più intenso e dirompente, hanno bisogno di più tempo per ristabilire lo stato emotivo di base dopo un’attivazione potente.
Il secondo aspetto riguarda invece lo stile genitoriale: la letteratura indicainfatti che alcune modalità educative (come ad esempio permissivismo, incoerenza, rifiuto, disinteresse, uso eccessivo delle punizioni, iperprotezione), favoriscono una cattiva gestione dell’aggressività (Krol et al., 2004).
L’esperienza clinica suggerisce che ciò che accade più comunemente è un incastro fra bambino sensibile e genitoriche non hanno ancora trovato uno stile educativo coerente, che a sua volta può essere causato da una serie di fattori, come una storia personale irrisolta, la mancanza di un punto di vista comune sulle pratiche educative, l’essere in situazioni di conflitto e disaccordo.
Un bambino con caratteristiche temperamentali vivaci sollecita nel genitore vissuti forti, che si agganciano a elementi della storia personale e che gli rendono difficile gestire il bambino; spinti dalla forza di questi vissuti, i genitori commettono, in buona fede, errori educativi, che anziché risolvere il problema, lo inaspriscono, creando un circolo vizioso di malessere: non è colpa del bambino né dei genitori.
L’errore più comune di un genitore (o di un insegnante) che quotidianamente si trova in difficoltà, comprensibilmente frustrato, è quello di considerare il bambino come intenzionalmente cattivo e di agire come se i comportamenti rabbiosi fossero controllati dal bambino. In realtà, il bambino non controlla l’attivazione emotiva rabbiosa e non la sa gestire, dando luogo a comportamenti eccessivi. Non è contento di apparire in quel modoa genitori, insegnanti, coetanei, si sente invaso da queste brutte sensazioni e al tempo stesso non gli vengono fornite le corrette strategie di gestione. I continui appellativi che arrivano dall’esterno (“Sei terribile”, “Sei tremendo”, etc) lo convinceranno di essere effettivamente così e questa autopercezione negativa, peggiorerà i suoi comportamenti.
I genitori, d’altro canto, si sentono giustamente spossatidi fronte a problemi che hanno provato a lungo a risolvere senza successo e sentono di non avere alcun potere sul bambino.
Quando ciò accade, quando questi momenti sono la quotidianità, è bene rivolgersi ad un professionista.
La strategia terapeutica, per essere efficace, deve prendere in considerazione tutte le parti coinvolte nel problema e andrà costruita sul singolo bambino, sull’età, sulla situazione familiare e scolastica.
La terapia con un bambino che vive questo genere di disagio inizia con la comprensione (che non significa permettere al bambino di fare tutto ciò che vuole, ma accoglierlo nel suo vissuto emotivo di tristezza, rabbia e umiliazione), per poi continuare con un lavoro su rispecchiamento e autostima e sull’insegnamento di tecniche di gestione funzionale delle emozioni
Tali tappe, però non possono prescindere dal lavorare congiuntamente con i genitori: il disagio coinvolge infatti tutta la famiglia.
Una delle strategie più comuni, ma anche più efficaci, è quella di insegnare ai genitori alcune regole di base nella gestione dei comportamenti indesiderati che si possono applicare ovunque e in qualsiasi momento. È necessario rendere immediate, specifiche e coerenti le conseguenze del comportamento, positive o negative che siano. È più funzionale ideare programmi basati sulle ricompense prima di pensare alle punizioni e pianificare la gestione dei comportamenti negativi (Barkley 2016).
Si tratta di principi che potrebbero essere considerati degli utili promemoria per crescere ogni bambino, ma che, nel caso del bambino oppositivo, costituiscono regole inviolabili.